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Accademia della Crusca
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Anch' io gioco con le "net -
parole"
Intervista a Francesco Sabatini,
Presidente dell'Accademia della Crusca.
La lingua "smontata" nelle emaíl
o negli sms va bene, ma solo entro quei confini.
L'inglese bisogna conoscerlo, senza farne una malattia.
LA CRUSCA - PARLA FRANCESCO SABATINI
DA FIRENZE
ELIANA DI CARO - Il Sole 24 Ore
Non
saranno forse le espressioni che corrono su internet
e lungo le rotte degli sms la "crusca"
del XXI secolo, da cui separare la "bianca
farina" dell'italiano? Sorride, Francesco
Sabatini, sei anni fa nominato presidente
dell'Accademia che nel Cinquecento cominciò
a vigilare sulla purezza del verbo di Dante. E non
si sottrae alla provocazione: «Anche io scrivo
le email o i messaggi sul cellulare, usando le abbreviazioni
o scomponendo le parole. Mi diverto, ci scherzo».
E poi: «Sin dal Medioevo, per risparmiare
pergamena e inchiostro, si usavano le cosiddette
abbreviature, antenate degli sms». «L'importante
è avere la consapevolezza che questo gioco,
questo smontaggio della lingua è legato a
momenti in cui dominano velocità e sintesi.
Che, se si vuole comunicare con una certa intensità
e un certo livello di profondità, bisogna
prendersi del tempo e fermarsi a scrivere. Usando
con cura, e per esteso, le parole».
Settantaquattro anni, docente di Storia della
lingua italiana all'Università di Roma,
l'aria distinta come lo spezzato blu e grigio che
indossa sul fisico possente, Sabatini mi
riceve nella sede
dell'Accademia
della Crusca, una villa medicea da cui si
gode Firenze.
Affascinante, e con quel tanto di fané che
in un' istituzione del genere non guasta.
Sul grande tavolo rettangolare in legno massiccio
una serie di carte e appunti. E una copia del Sabatini-Coletti,
il vocabolario cui il presidente si dedica, tra
le altre cose, dal 1990. Ospita la bellezza di 3.542
parole straniere, 2.236 delle quali inglesi.
È vero allora, che la lingua italiana è
aperta, pronta ad accogliere termini di altri Paesi,
soprattutto in campo tecnologico. Ha senso del resto
tradurre computer (i francesi dicono ordinateur,
gli spagnoli computador) o World Wide
Web (che a Madrid diventa telarana mundial
e a Parigi toile)?
Sabatini si fa serio: "Questo
discorso - dice - merita una premessa. Assorbire
passivamente le parole straniere non è una
buona cosa. Bisogna tendere a preservare l'omogeneità
di una lingua. E non per la lingua in sé,
che non è una signora e non si offende, ma
perché solo così ci può essere
una comunicazione chiara ed efficace dal
punto di vista della comprensione diffusa.
Le parole mutuate da altre lingue hanno una grafia
e una pronuncia diverse, un significato pienamente
chiaro a pochi. Non bisogna creare isolamento o
differenze incolmabili tra i parlanti”.
«Detto questo - riprende - la conoscenza dell'
inglese è necessaria. L'individuo è
immerso nella rete mondiale della comunicazione,
che richiede evidentemente una lingua comune. Attenzione,
però: una lingua ausiliaria,
non sostitutiva di quelle nazionali. Non è
dunque indispensabile nè vantaggioso tradurre
a tutti i costi alcune parole. Tornando al computer,
tra l'altro, c'è una radice che in qualche
modo rende il termine familiare che ricorda "computare,
computo”. A volte, cioè, si
trovano termini "parenti” che non risultano
così estranei o lontani. In altri casi ci
sono ragioni di opportunità che suggeriscono
di usare un' espressione globale: le faccio l'esempio
della sigla Aids. I francesi hanno deciso
di adottare Sida. Ma in questo caso la
comunicazione è più efficace se si
mantiene l'acronimo inglese, identificabile dai
parlanti di tutte le lingue».
Allora, l'obiettivo è studiare l'inglese
per usarlo con moderazione e intelligenza, senza
cedere a un'inutile esterofilia. «Bisogna
conoscerlo ma non ostinarsi a volerlo padroneggiare
come la propria lingua madre. È sbagliato.
In alcune situazioni, anche chi si sa esprimere
in una lingua straniera deve ricorrere a interpreti
e traduttori perché è impensabile
possedere pienamente un idioma. Basti vedere i nostri
politici che, con il loro mezzo inglese o mezzo
francese, credono di cavarsela a Bruxelles...»,
conclude, scuotendo il capo.
«Senza contare, poi, che anziché dedicare
quindici anni all'inglese si può dare spazio
a un'altra lingua». Detto da Sabatini
che conosce anche il francese, Io spagnolo e il
tedesco, non suona affatto bizzarro. «Il plurilinguismo
- incalza - è un valore, bisogna battersi
perché sia tutelato»"Non c'è
dubbio, ma lei come ha fatto a impararne quattro?"
«Ho studiato e sfruttato tutte le occasioni,
dai viaggi, alle canzoni, alla lettura. Le dirò
di più: un eccellente collega olandese ha
imparato benissimo l'italiano ascoltando le cronache
di calcio»
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